La Coalizione “Un Impegno…in Comune” vota NO.

Il prossimo 4 dicembre i cittadini saranno chiamati ad esprimersi sul referendum costituzionale per confermare o meno la riforma voluta dall’attuale Governo Renzi.

La Costituzione prevede una procedura particolare di approvazione delle leggi di revisione costituzionale (art.138 Cost.). Il referendum scatta quando il Parlamento non approva con maggioranza qualificata il testo di riforma. In questi casi si chiede all’elettorato di approvare o respingere le modifiche che in Parlamento non hanno avuto anche il consenso delle opposizioni. Non c’è un quorum da raggiungere, quindi l’esito è comunque valido, a prescindere dal numero di elettori che si recano a votare.

La Coalizione “Un Impegno … in Comune”, costituita dai Movimenti Pro.di.Gio. e SEP, ha da sempre sostenuto la necessità, da parte di tutti i cittadini, di partecipare attivamente alla vita politica e sociale, si basa sul principio di trasparenza e sul rispetto dei principi democratici.

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Fino ad oggi, i due Movimenti, in occasione di consultazioni elettorali, non hanno mai espresso una posizione ufficiale, trattandosi di liste civiche a carattere locale, con una composizione interna trasversale, priva di un’appartenenza politica specifica, hanno sempre lasciato a ciascuno libertà di scelta.

Questa volta però si tratta della COSTITUZIONE, la Carta posta a fondamento della Nazione, che appartiene a tutti. Qui occorre capire se queste riforme possano essere ritenute valide o no.

La Coalizione, pur nel rispetto delle posizioni di ciascun componente, ritiene di doversi esprimere chiaramente ed ufficialmente per un secco NO, per motivi di metodo e di merito.

Come funziona il Referendum Costituzionale del 4 dicembre 2016

Parlando del metodo.

Questa riforma è stata predisposta dal Governo, quindi solo dalla maggioranza che lo sostiene e modifica un numero molto alto di articoli, quelli che disciplinano l’Ordinamento delle Repubblica, stravolgendolo completamente.

Nella storia repubblicana il compito di predisporre un organico progetto di riforma da sottoporre alle Camere è stato sempre affidato ad apposite commissioni bicamerali, in cui erano presenti maggioranza ed opposizione.

L’eccezione a questa procedura la si ha nel 2006 quando i cittadini bocciarono la riforma voluta e proposta dal Governo Berlusconi. In quell’occasione si gridò allo scandalo, proprio il PD scendeva in piazza parlando di attentato alla Democrazia.

Oggi però ci sono due ulteriori aggravanti:

Quale legittimità politica può avere questo Parlamento e questo Governo? Doveva essere approvata una nuova legge elettorale e andare al voto!

Dalla sua entrata in vigore la Costituzione ha subito varie revisioni su singoli articoli o su un Titolo specifico (ad esempio art.63 Cost. e il Titolo V). Oggi invece si vuole modificare una parte imponente del testo costituzionale con un unico quesito, altra similitudine con la mancata riforma del 2006, ma in questo caso con l’aggravante di porre un quesito fortemente ingannevole.

La Coalizione “Un Impegno…in Comune” non può che respingere questo modo di operare in netto contrasto con i propri principi e valori.

Parlando del merito.

La riforma pone fine al bicameralismo perfetto, accusato di essere causa di rallentamenti e lungaggini. Ma è proprio così? In Italia si fanno poche leggi? Non sembra che questo corrisponda a realtà. Forse i mali dell’Italia sono altrove: l’apparato burocratico, la corruzione, il clientelismo e negli ultimi anni i continui tagli ai servizi essenziali.

La riforma quindi, per “semplificare”, diversifica le funzioni di Camera e Senato introducendo un sistema confuso e farraginoso con diversi procedimenti legislativi (art. 70 ddl cost.), lasciando però il bicameralismo perfetto su alcune materie.

Solo la Camera resta organo ad elezione diretta, con una legge elettorale fortemente discutibile (c.d. Italicum), che prevede ancora un premio di maggioranza abnorme.

Il Senato NON viene abolito, NON sarà più eletto direttamente dai cittadini, ma diventa ad elezione indiretta. I Senatori, infatti, saranno eletti dai Consigli Regionali tra i propri membri e uno per Regione tra i Sindaci. Quindi il Senato sarà composto da Consiglieri e Sindaci che si eleggono tra di loro e che da Senatori avranno l’immunità parlamentare. Non sarà più sciolto, ma si rinnoverà parzialmente e a rotazione, poiché il mandato dei Senatori coinciderà con quello dei Consigli Regionali di appartenenza. Ci saranno quindi Senatori part-time e che ruoteranno a seconda delle elezioni regionali, che come noto non si tengono tutte contemporaneamente.

Sarà davvero semplice il funzionamento di questo Senato!! Si dirà che il numero viene ridotto….certo! Ma il risparmio, a quanto afferma la stessa Ragioneria dello Stato, sarà irrisorio.

Si ridefinisco le competenze tra Stato e Regioni disciplinate dal Titolo V, già oggetto di revisione nel 2001, quando, con un referendum confermativo, i cittadini approvarono la riforma votata solo dal centro-sinistra, che introduceva il cd. “federalismo”.

In particolare l’art.117 Cost. prevede le materie concorrenti su cui legiferano sia lo Stato che le Regioni. Questo ha prodotto una certa conflittualità di competenze e così oggi si torna indietro e con questa riforma vengono cancellate le materie concorrenti.

In realtà la semplificazione tanto sbandierata non è altro che un forte accentramento nelle mani dello Stato di materie che incidono profondamente sulla vita dei singoli territori. Si pensi alla realizzazione di grandi infrastrutture e alle politiche energetiche.

Viene poi introdotta la vergognosa “clausola di supremazia” in base alla quale, con una legge dello Stato, il Governo può richiamare a sé una delle competenze affidate alle Regioni se viene ravvisata l’esistenza di un interesse pubblico generale in quell’ambito. Questo apre la via alla possibilità di commettere ogni abuso da parte del Governo, a seguito della vaghezza utilizzata nel testo di riforma e il richiamo ad un presunto “interesse nazionale”, concetto che proprio la Corte Costituzionale aveva messo in guardia dall’utilizzare.

I punti da esaminare sono davvero molteplici: le modifiche agli istituti di democrazia diretta, all’elezione del Capo dello Stato e della Corte Costituzionale. Ovviamente non è possibile approfondire tutto quello che questa riforma comporta.

Occorre tuttavia sottolineare con forza che una Costituzione nasce per durare nel tempo. Nessuna Costituzione è intoccabile, ma le riforme devono avvenire in modo serio. Ci deve essere un riformismo che non sia giustificato dall’interesse contingente di una maggioranza, ma che sia in grado di interpretare i bisogni reali di cambiamento di un Paese e di potenziare i diritti dei cittadini.

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Coalizione “Un Impegno…in Comune”

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