Le vere intenzioni di Povia sullo sviluppo della città e sulle Zone F

Nel consiglio comunale di martedì 11 febbraio si è tornati a discutere delle varianti normative delle zone “F”. Sfruttando l’onda emotiva dei dipendenti della Coop, preoccupati della sorte del proprio posto di lavoro, in vista della sentenza di ottemperanza, la maggioranza ha riportato in aula quello che appare essere l’obiettivo più importante dell’amministrazione Povia, ovvero modificare la destinazione delle zone adibite a servizi per la collettività in zone commerciali e direzionali.

Il Movimento Pro.di.Gio. aveva avviato, già da tempo, sul proprio blog, una serie di approfondimenti, con diversi articoli dell’arch. Daniela De Mattia, sulle norme della pianificazione urbana, sul significato della parola “servizi” e su cosa siano le zone “F”,

http://www.prodigiopergioia.it/2012/12/zone-f-a-gioia-del-colle-per-non-lasciare-adito-a fantasiose-interpretazioni/

http://www.prodigiopergioia.it/2012/12/zone-f-ed-interesse-della-collettivita-conoscere-per-capire/

spiegando in modo esaustivo il significato di termini troppo tecnici che spesso sentiamo ripetere, ma di cui forse non abbiamo una chiara comprensione. Quindi, quello che a me preme ripercorrere adesso, è solo una piccola parte di questa vicenda che riguarda tre amministrazioni comunali (Povia, Mastrovito e Longo), tre ingegneri comunali (Cirsella, Milella, Laruccia), alcuni di questi attori ancora in primo piano sulla scena e spiegare meglio in cosa consista il conflitto di interessi che abbiamo denunciato in aula.

Il ricorso contro il rilascio delle autorizzazioni per l’apertura del centro commerciale “Le Torri” è stato portato avanti da imprenditori locali che si sono sentiti lesi nei propri diritti. Dopo vari gradi di giudizio si è definitivamente pronunciato il Consiglio di Stato (l’ultimo grado di giudizio del diritto amministrativo) che, con una sentenza passata in giudicato, ha definitivamente annullato le concessioni ed intimato all’Ente di dar corso alla sentenza.

Il nostro Comune ha (arditamente) tentato di sovvertire l’esito della sentenza, attraverso il ricorso per revocazione (strumento molto poco usato nel diritto amministrativo, previsto per correggere errori nelle sentenze del Consiglio di Stato), senza riuscirci.

I vincitori della causa, nel frattempo, hanno avviato la richiesta di ottemperanza, ovvero chiedono al Consiglio di Stato di appurare se l’Ente chiamato a dare esecuzione alla sentenza si sia attivato o meno. Il ricorso per ottemperanza, è bene chiarire, non è un ulteriore grado di giudizio, non entra nuovamente nel merito della decisione già assunta dal Consiglio di Stato, ma entra nel merito dell’esecuzione e, nel momento in cui ravvisasse l’inerzia nell’applicazione, potrebbe arrivare a nominare un commissario ad acta che provvederà a darne attuazione.

Confortati da un parere costato 5.000,00 euro, parere richiesto, occorre evidenziare, per le altre iniziative oggetto di annullamento e non per il caso COOP, la Giunta ha approvato una “variante normativa” che, sostiene la maggioranza, in qualche maniera, potrebbe cambiare l’orientamento del Consiglio di Stato su una sentenza già definitiva. Ovviamente, questa motivazione, non appare credibile, tanto più che sia il tecnico che ha redatto l’atto, sia lo stesso Sindaco, hanno chiarito in modo inequivocabile che questa variante normativa avrà valore solo dopo la sua adozione, al termine cioè dell’iter di approvazione che coinvolge anche la Regione Puglia e non per il passato (effetto giuridico, tra l’altro, previsto già dalla Costituzione, ma sono sicuro che vi saranno consulenti disposti a rilasciare un parere non vincolante sulla possibilità di riscrivere qualche parte della Costituzione attraverso una norma tecnica di attuazione di un regolamento comunale, previo pagamento di una normalissima parcella…..)

Anche i consiglieri di maggioranza, nei loro interventi, hanno affermato che questa variante non ha praticamente alcuna speranza di modificare la situazione giuridica venutasi a creare, ma che occorre fare “il tentativo”. Tentativo che, come ho detto in Consiglio Comunale, mi ricorda quell’opera di speculazione portata avanti da qualche imbonitrice televisiva che sosteneva di poter curare una malattia con il sale. Durante il Consiglio Comunale è stato più volte ripetuto che era necessario tentare, per poter dire di aver fatto tutto il possibile! Affermarlo di fronte agli elettori, evidentemente! Si è tentato di far passare il messaggio che opponendosi a questa variante ci si opponesse anche allo sviluppo della città, non volendo realizzare attività commerciali. C’è stato anche chi tra i consiglieri di maggioranza ha sostenuto che la sentenza del Consiglio di Stato ha tutelato più la rendita di un proprietario che non la libera concorrenza. Non sarebbe stato sufficiente costruire queste attività commerciali dove era previsto dal Piano Regolatore? E sulla responsabilità di chi ha concesso quei permessi? Neanche una parola, se non un amaro confronto tra il Consigliere Vasco e il Sindaco.

Questa delibera è stata assunta nonostante i dubbi sollevati dall’opposizione, sia di natura tecnica che relativi alla presenza in aula di consiglieri che versano in posizione di conflitto di interessi.

Per evitare di dilungarmi troppo, sottolineerò solo il passaggio sul conflitto di interessi. L’art. 78 del Testo Unico sugli Enti Locali (T.U.E.L.) stabilisce che vige un obbligo generale di astensione dalla partecipazione dei lavori dell’aula da parte degli amministratori, nei casi in cui si discuta di situazioni che riguardino interessi propri o di parenti ed affini entro il quarto grado. Questo principio generale non si applica nei casi di provvedimenti normativi o di carattere generale, quali i piani urbanistici. Tuttavia, questa eccezione trova una concreta limitazione nel paragrafo successivo dell’articolo, in cui si chiarisce che l’eccezione alla regola generale dell’astensione non si applica nel caso in cui “sussista una correlazione immediata e diretta fra il contenuto delle deliberazione e specifici interessi dell’amministratore o di parenti o affini fino al quarto grado.”

Ben conscio della presenza di questo conflitto di interessi, il Segretario Generale ha chiesto un parere all’ANCI (l’Associazione dei Comuni d’Italia) che nel richiamare la normativa vigente esplicita che, per consolidata giurisprudenza, l’essere possessori di terreni nelle zone oggetto della delibera integra gli estremi della presenza della correlazione immediata e diretta.

La norma, che può apparire complessa, risponde a delle esigenze che sono, tuttavia, facilmente comprensibili riflettendo su alcuni aspetti concreti.

La delibera della quale si discute, modificando le tipologie di interventi che si possono realizzare sui terreni, determina variazioni sul valore di tali beni? In altre parole, se su un terreno possono essere costruiti solo asili, scuole, attrezzature culturali e affini e dopo la variante normativa, oggetto della delibera, su quello stesso terreno, oltre ad asili, scuole ed affini, si possono costruire anche supermercati, attività commerciali, uffici questa modifica è suscettibile di cambiare il valore di vendita di questi terreni?

Io dico che, senza dubbio, sì, la modifica dei vincoli alle finalità edificatorie di un terreno ne condiziona il valore.

A questa decisione possono partecipare gli amministratori che sono proprietari di una parte dei terreni oggetto di questo intervento? Possono partecipare gli amministratori i cui figli sono proprietari direttamente o indirettamente, essendo proprietari di società, di parte dei terreni oggetto di questo intervento?

Vi può essere un conflitto di interessi per l’amministratore che è progettista di interventi edificatori in zona “F” che sono stati oggetto di annullamento da parte della Provincia (su delega della Regione)?

Bene, da anni si discute degli effetti negativi del conflitto di interessi nella gestione della cosa pubblica, ma nonostante i casi macroscopici, tanto a livello nazionale che locale, la politica (quella con la p minuscola che fanno i partiti non più rappresentativi dei cittadini, ma solo portatori di pacchetti di voto al servizio dell’interesse di pochi) non è in grado di dare una risposta. Temo che, anche in questo caso, dovranno essere gli organi competenti ad accertare se nei comportamenti posti in essere dai nostri rappresenti nelle Istituzioni ve ne siano di non conformi alle leggi. È davvero un rammarico quello di constatare che la Politica anziché precedere la Magistratura (incoraggiando il rispetto della legalità, attraverso la massima trasparenza ed isolando i comportamenti contrari), sia costretta ad invocarne l’azione per ottenere il rispetto di alcuni principi basilari dell’amministrazione pubblica, quale l’amministrare in maniera imparziale, esercitando con dignità ed onore il mandato conferito dagli elettori.

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