Povia: un politico piccolo piccolo!

Un’analisi soggettiva che però trae spunto da incontestabili dati di fatto, scevra da pregiudizi, essendo stato io stesso uno dei suoi convinti elettori negli anni della patinata convinzione di trovarsi davanti uno statista di valore assoluto. Gioia del Colle in questi anni ha subito un’inconfutabile trasformazione urbanistica, alla cui base due elementi: un piano regolatore dei primi anni Settanta e la politica liberista del Povia imprenditore. Mai come in nessun’altra cittadina viciniore, il sindaco plurimandatario ha potuto gestire ingenti risorse economiche derivanti sia dagli oneri di urbanizzazione, sia dalla massiccia disponibilità di fondi regionali ed europei. Il risultato di tanta opulenza è sotto gli occhi di tutti: una città desolante. Una città che poteva risplendere come nessun’altra per infrastrutture e servizi, edilizia pubblica, progettualità urbanistica, sviluppo ecosostenibile, a cui si sarebbe affiancato il naturale processo evolutivo imprenditoriale, artigianale e turistico, ma che invece si è trasformata in un groviglio di criticità trasversali alle diverse componenti della comunità ed a tutti i settori della città.

Uno sviluppo non guidato da un piano strategico, bensì dalla visione semplicistica e primordiale concretizzatasi in opere pubbliche simili a cattedrali nel deserto, e in attività sociali/imprenditoriali per nulla indirizzate verso obiettivi condivisi. Tuttavia gli esempi innumerevoli di spreco non hanno prodotto nell’elettorato gioiese una coscienza critica tale da chiedere conto di quanto realizzato, ma piuttosto un’assuefazione all’ineluttabile e l’inquieta ricerca del meno peggio alla base della nuova “Repubblica delle banane” di Gioia del Colle. Povia avrebbe potuto e dovuto progettare la città dell’avvenire, quindi di questo periodo storico, in virtù non solo delle immense risorse avute a disposizione in questi anni, ma anche della sua autoproclamata capacità imprenditoriale. Ed invece, solo per citare alcuni capolavori partoriti dalla sua lungimirante gestione, ci ritroviamo con un complesso di conteziosi che colpisce la città in modo pesante dal punto di vista economico, una serie di opere quasi completamente inutili ad uno sviluppo imprenditoriale-turistico-sociale (pavimentazioni varie e restyling urbanistici, scelte infrastrutturali collegate alla ferrovia ed alla viabilità, percorsi turistici, ristrutturazioni edilizie, ecc.) accanto ad una gestione a dir poco superficiale dell’azienda “Comune” che ha creato un sistema clientelare e poco efficiente, che hanno palesemente mostrato incapacità di gestione e mancanza di un progetto. Gli ultimi accadimenti, poi, in cui si evidenzia una propensione ad amministrare per favorire anche proprie situazioni personali (affaire Parco Lama di

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San Giorgio) determinano una quasi certezza, inquietante, che forse tutto quello messo in atto sino ad oggi non avesse un progetto chiaro e trasparente per la città, perseguendo in realtà finalità lontane dal bene comune. È da quanto detto, in modo sintetico e per niente esaustivo, che è mia personale opinione che l’era Povia, ancora lontana dal terminare – non fosse altro per la pletora dei quaquaraquà che pendono dalle sue labbra – rischia di confinare in modo definitivo la nostra città ad un ruolo di periferia degradata e priva di identità socio-economico-culturale, dove la politica è relegata ai non- sense di amministratori privi di un qualsivoglia impeto creativo e del coraggio delle proprie idee.

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